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Paolo Prati, direttore Ortopedia Ospedale Treviglio e la via anteriore per la protesi d'anca

Io iniziai ad interessarmi alla via anteriore circa nel 2008. La prima via anteriore la vidi presso l'ospedale di Monfalcone nel reparto diretto dal dottor Vincenzo Alecci, poi girai altri ospedali in Europa, un altro mio grande maestro fu il dottore di Belgio. Praticavo una via molto utilizzata che è la via laterale diretta. Iniziai a pensare di percorrere una via diversa perché ero insoddisfatto della via laterale, anche perché iniziavo a fare diversi interventi di revisione e, revisionare la via laterale precedentemente operata con la stessa via di accesso, mi creava qualche problema e poi anche devo dire il desiderio di rinnovare, di fare qualcosa di nuovo.

Il percorso fu abbastanza lungo. Impiegai circa un anno per apprendere girando varie sale operatorie, per apprendere un po' i segreti dai vari chirurghi che la praticavano, i segreti di questa via anteriore.  Quindi io iniziai nel 2008, il caso venne operato nel Febbraio del 2009 e allora lavoravo in un ospedale zonale in provincia di Bergamo, a San Giovanni Bianco, e la soddisfazione fu di aver portato a termine l'intervento, ma la soddisfazione maggiore è quella di vedere il risultato clinico sul paziente, cioè il paziente iniziò a riprendere, diciamo, la propria attività motoria in maniera totalmente diversa rispetto alle precedenti. 

I vantaggi si vedono dopo un certo periodo, cioè da un certo numero di interventi e quando si è padroni della tecnica, il vantaggio diciamo maggiore è quello di una visualizzazione della cavità acetabolare veramente perfetta   e quindi con la possibilità di gestire a 360 gradi comunque l'intervento, anche se la preparazione, la gestione diciamo, del femore, è un po' più difficile.  La mini-invasiva non è solo un taglietto di 4 cm ma è un approccio rispettoso   dell'anatomia del paziente, teso a non causare danni alla   muscolatura e a risparmiare più osso possibile, è un concetto globale di   intervento, non è solo fare un taglio più piccolo, più esiguo, anzi direi che il   taglio piccolo, onestamente, non è il target, cioè non è il risultato   finale al quale vogliamo arrivare.

Dopo 11 anni la percentuale la mia percentuale di interventi in via anteriore si aggira intorno all'80 per cento, sono pochi interventi vengono esclusi da questa via e direi quindi che è la mia via preferita. Appassiona me ma appassiona anche un po' i chirurghi che vengono anche a visitare il nostro centro. Questo è un motivo, oltre che di orgoglio, anche un motivo di   soddisfazione perché è la conferma che si è sulla strada giusta. Sono sicuramente attento all'aspetto via anteriore, direi non solo con uno strumentario dedicato, con l'approntamento di strumentari dedicati, ma anche con la azione diciamo di modelli protesici che soprattutto nelle fasi iniziali possono favorire il chirurgo nell'impianto della protesi stessa. Devo dire poi che sicuramente c'è una grande attenzione all'aspetto professionale perché è importante non solo   frequentare i centri dove, uno che vuole iniziare, i centri dove si svolge questa tecnica, ma è importante anche avere la possibilità di frequentare dei Cadaver Lab, prendere confidenza con la tecnica stessa in laboratorio diciamo prima di applicarlo sul paziente.

"Fast Track" significa letteralmente “recupero veloce”, recupero funzionale veloce, però non si tratta solo di dimettere il paziente in tempi brevi perché recupero funzionale è più veloce rispetto a un processo tradizionale ma il Fast Track è una metodica, è una metodica ovvero un risultato finale di un nuovo metodo che prevede la cooperazione di tutti gli attori del processo cioè il chirurgo, l'anestesista, gli infermieri, i fisioterapisti, il fisiatra, ma un processo al centro del quale si trova il paziente in posizione proattiva, cioè il paziente è il vero attore   del processo.

"Un buon allungo finale almeno nelle maratone fino ad adesso concluse, mancano pochissimi metri ormai all'arrivo e vince la maratona di Narbonne".

Il caso più eclatante è stato quello di protesizzazione in un atleta, in un maratoneta di non più giovane età ma comunque praticante.

"Anche i medici che mi conoscevano dicevano "Oh finalmente hai finito adesso così non puoi più correre, mettiti il cuore in pace. La mia competizione, il mio allenamento era quello di recuperare la condizione fisica di una persona normale".

Dopo l'intervento, a parte che ebbe un recupero funzionale davvero eccezionale, ma anche contro, questo paziente, anche contro le mie indicazioni, dopo una settimana già questo paziente riprese gran   parte della sua attività, direi non di corsa, ma già mi inviò le sue fotografie dalla montagna con le ciaspole ai piedi che stava camminando.

"A 56 anni ho una protesi, mi è rimasto quell'entusiasmo, quella voglia, volevo ritornare ad essere quello di prima".

È una persona davvero eccezionale, però   questi sono i pazienti che danno le più grandi soddisfazioni.