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I Giganti dell'Ortopedia - Vittorio Monteleone

Una vita per l'ortopedia, professor Vittorio Monteleone ci racconta chi era Maria Pertosa da San Nicandro Garganico e perché questa patente di "acconcia-ossa" ha segnato la sua vita da adolescente.

Io all'età di nove anni ho espresso sempre a tutti in famiglia che volevo fare l'ortopedico. Sono venuto a Napoli, ho incontrato un diabetologo il quale, vedendo tutti i vari documenti dell'epoca borbonica, aveva visto che c'era una patente di acconcia-ossa. Mi dà questa carta e lì c'era scritto che era stata data la patente di acconcia-ossa a Maria Pertosa da San Nicandro Garganico. Era un'antenata per via materna. Questa è l'unica, perché in famiglia mia non ci sono mai stati medici, tantomeno ortopedici, mio padre si occupava di tessuti e voleva che io mi laureassi in economia e commercio.

Perché lei a 9 anni aveva già questa certezza, questa passione, "voglio diventare ortopedico", eppure questa situazione papà non la vedeva praticabile.

Io a un certo punto sono scappato di casa, l'unica persona che mi ha seguito in questa cosa era mia madre, e praticamente senza dire nulla a mio padre mi foraggiava mese per mese perché io potessi stare a Roma a studiare medicina. Mio padre a un certo punto ha fatto finta di nulla e si è convinto che avevo ragione io, quando io mi sono laureato con 110 e lode. Sono venuto a San Nicandro Garganico da Roma e gli ho mostrato la mia laurea con 110 e lode, siamo ritornati a essere padri e figli in pace.

A un certo punto lei prende la valigia di cartone, va a Roma, da lì inizia la sua carriera di studente di medicina, "idrologia medica" la sua tesi con il massimo dei voti, e poi da bravo adolescente del sud scatta l'amore a Capua con Anita, e, incredibile a dirsi, anche attraverso quello che sarebbe stato poi suo suocero, c'è il rapporto con una grande marcia in più dell'Italia dell'epoca: la sanità privata. C'è un rapporto virtuoso tra sanità pubblica e privata che ancora oggi non si capisce, in base alla sua esperienza?

Io sono entrato nella clinica privata a Capua, dove quel mio suocero era il direttore dell'arsenale militare di Capua e ho iniziato lì a fare ortopedia e traumatologia, poi quando a un certo punto mi dovevo iscrivere alla specializzazione, ho seguito la clinica ortopedica di Napoli, e praticamente per dieci anni io non ho fatto chirurgia nell'università, ho fatto chirurgia in privato. Io ho sempre perseguito quello che era il mio obiettivo: cercare in tutte le maniere nella chirurgia di trovare tutte le soluzioni per combattere le infezioni ospedaliere. Tant'è vero che quando sono diventato primario ortopedico all'ospedale San Paolo nel 1972 io ho messo in pratica e la tenda di Charlie è una particolare composizione in sala operatoria per cui nessuno respira dentro questa sala qui, però c'era la possibilità di iniettare aria filtrata quando io operavo in quella sala operatoria, ho operato per circa tre anni io non avevo nessuna impressione.

Ogni anno in Italia le infezioni ospedaliere colpiscono circa 700mila persone che rappresentano il 6,3 per cento dei pazienti ricoverati, è un problema che potrebbe pesare fino a un miliardo di euro sulla spesa sanitaria del nostro paese, eppure con l'attuazione di buone pratiche cliniche il 20-30 per cento delle infezioni correlate all'assistenza sanitaria potrebbe essere evitato. Le infezioni contratte a seguito di un intervento chirurgico sono al secondo posto tra tutti gli eventi avversi che possono colpire, i pazienti ricoverati possono influire ai diversi fattori caratteristiche del paziente e con età, peso, tipo di intervento, durata della degenza pre e post operatoria, ma restano fondamentali le misure preventive. L'uso troppo frequente degli antibiotici, insieme alla mancanza di buone pratiche di prevenzione stanno favorendo un aumento delle infezioni ospedaliere e rappresentano sempre una crisi sanitaria che richiede una gestione preventiva e tempestiva. Si tratta di una questione rilevante anche per la sostenibilità del sistema sanitario. Un'infezione determina infatti una degenza del paziente in ospedale due volte e mezzo più lunga, con costi di ricovero almeno triplicati. Un approccio coordinato tra reparti ma anche tra strutture sanitarie, enti locali e centrali che avvii politiche sulla prevenzione dei rischi formazione del personale medico sanitario, l'utilizzo di dispositivi appropriati per la pulizia l'igiene e la disinfezione delle apparecchiature degli ambienti ospedalieri, genererebbe risparmi che ridurrebbe notevolmente il tasso delle infezioni correlate all'assistenza sanitaria che oggi causano la morte di circa 7.000 persone.

Sarà decisiva la partita dei fondi europei e dei nuovi finanziamenti europei che mi auguro possano arrivare dal prossimo anno nei territori. Qui vorrei che fosse chiaro che siamo impegnati in una battaglia politica che vedrà prima o poi una contrapposizione di interessi tra le aree meridionali e le aree nel centro-nord del Paese. Quando si tratta di operare, il riparto delle risorse vi è un blocco di interessi assolutamente trasversale nelle regioni del centro-nord.

Quando si parla di questione meridionale si fa spesso riferimento al tarlo della malavita organizzata e nel suo libro mi ha impressionato un racconto, quello cioè del chirurgo che grazie alla scienza riesce a guadagnare il rispetto. Pensando soprattutto al Cardarelli, io ho avuto sempre la possibilità di vedere tutti i boss napoletani e anche nel casertano. Quando si ricoverava uno di questi boss, io chiamavo al colonnello Alfieri che poi era diventato il generale e chiedevo a lui come mi devo comportare. La risposta è stata sempre "lei sia gentile, sia cortese, se le chiedono qualcosa che non è nella legalità lei dica che queste cose non le faceva, anche perché per mia condizione mentale io ho scelto come condizione di vita di fare quello che legalmente è possibile poter fare.

L'università mi ha dato la possibilità di avere un rapporto interpersonale colmo di tutti quanti gli altri ortopedici della clinica ortopedica di Napoli, basato sulla lealtà, sulla fratellanza e sull'amicizia e praticamente ho imparato lì a saper portare le pubblicazioni. Testando l'Università per dieci anni e poi essendo andato a fare il primario ospedaliero io ho portato tutto quello che è stato il contributo formativo dell'università anche in ambito ospedaliero.

Nel 1969 lei registrava già nel suo reparto più di 130 protesi d'anca e le prime protesi di ginocchio, soltanto chi mastica di storia dell'ortopedia può capire che sono numeri ciclopici e che lei è stato un precursore e lo è ancora. Quella frase che ha inserito nella sua monografia "quando arrivato all'ospedale San Paolo", ha detto, "mi sono trovato di fronte a un bivio: continuo ad operare sempre io, o do fiducia ai miei discepoli? È stata una decisione difficile.

È stata una decisione per cui io per una notte non ho dormito e sono giunto alla conclusione che, anziché operare solo io, e avrei operato poco, se invece facevo operare a tutti gli altri e soprattutto al Cardarelli, dove io avevo addirittura 6 sale operatorie. È stata una scelta saggia per il futuro mio, perché le casistiche che io ho avuto al Cardarelli erano delle casistiche enormi. L'amore di chirurgia che noi facevamo al Cardarelli a quell'epoca era superiore a quella che è la chirurgia che in Italia facevano al Rizzoli di Bologna.

Nel 2015 le arriva una telefonata "guardi prof vogliamo intestare il padiglione a lei".

Tutto il padiglione di ortopedia e traumatologia che è stato voluto da me, io ho cercato anche i finanziamenti, ho seguito giorno per giorno tutto quanto l'iter per la costruzione, tutti quanti i miei allievi erano ben felici di poter avere la possibilità, di poter intestare questo dipartimento a me, e a me ha fatto molto molto piacere, anche a distanza di 10 anni io l'ho gradito moltissimo, perché è un riconoscimento per quello che io ho voluto fare.

Non posso non chiederle che idea si è fatto di tutto questo momento storico che viviamo oramai da quasi un anno e cosa si aspetta dalla scienza?

Mi auguro che come io ho accettato andando in Inghilterra varie volte e avendo visto che in Inghilterra Charlie aveva ideato questa sala operatoria completamente asettica, che adesso si studi la maniera di come condurre in sala operatoria per evitare la possibilità di infezioni virali, perché una cosa è l'infezione da germi, come possono essere stafilococco e streptococco e altri germi, e una cosa è combattere il virus. Che entrando in sala operatoria i medici muoiano insieme ai malati, questo non dovrebbe avvenire.

È il 27 dicembre del 1985, alle 9 del mattino un commando di quattro palestinesi appartenenti al gruppo di Abu Nidal arriva all'aeroporto di Fiumicino, si dirige verso il banco di accettazione della compagnia aerea israeliana El Al, tirando granate e sparando all'impazzata con i kalashnikov, tre agenti dei servizi di sicurezza israeliani rispondono al fuoco, è una strage, il bilancio finale di 16 morti e 80 feriti. In quel giorno a Fiumicino e del miracolo che ha riguardato sua figlia Francesca si intrecciano chirurgia, scienza e fede.

Quando sono andato lì al reparto di chirurgia toracica quelli volevano fare tutti gli accertamenti e io ho detto "sentite, non dobbiamo perdere tempo, io mi prendo tutta la responsabilità, mia figlia ha 13 anni, è sana come un pesce, mi prenderò la responsabilità, vi firmo non una volta, cento volte, quindi per favore non perdiamo tempo, operiamo a mia figlia". E così mi hanno seguito e Francesca è stata operata. Due anni fa un giornalista della Sky mi aveva intervistato a Rho prima che Francesca è stata salvata, l'unico che era sopravvissuto di questi terroristi, io ho chiesto a mia figlia se lei se la sentiva di fare questa intervista. Mia figlia l'ha fatta quando che è successo il fatto di mia figlia ho fatto questa considerazione: in genere io ero convinto che la fortuna praticamente uno se la può creare, allora io credo più nella sfortuna perché questa povera figlia, 13 anni, una ragazza brillantissima affettuosissima simpatica intelligente, ma che colpa poteva avere dei che doveva vivere questa cosa qui?

Un agguato tremendo, un agguato come se addirittura fosse scoppiato, scoppiasse una bomba.

Ero al telefono con un collega di Roma, a un certo punto è venuto il terremoto, ho chiuso, "collega chiudo perché qui c'è il terremoto", sono uscito da casa mia, abitavo in Via Petrarca e avevo una piscina e ho visto che metà dell'acqua della piscina è uscita fuori dalla piscina. Incominciai la sera tardi e per tutti gli altri tre giorni io sono stato sempre in sala operatoria insieme ai tutti quanti i miei colleghi che hanno dato il massimo della loro capacità operatoria per aiutare queste persone che venivano da tutti i paesi del centro del terremoto, e vi devo dire che questa cosa fatta sul piano tecnico e sul piano umano ha spinto molte di queste persone che io avevo aiutato chirurgicamente a fare una richiesta al ministero della sanità che potessero dare a me la medaglia d'oro. E hanno dato a me la medaglia d'oro il 15 marzo del 1985, praticamente mi ha fatto molto molto piacere, perché qui chi fa il giuramento di Ippocrate deve seguire quello che è il giuramento di Ippocrate. I medici devono sacrificarsi per portare aiuto a chi ne ha necessità Romina mi dici perché nonno Vittorio è un nonno speciale?

Perché mi dice sempre di sì, si perché come quella challenge che sta su youtube, che deve dire sempre di sì"

Nei nipoti bisogna creare molta autostima.